I blocchi invisibili dell’indipendenza economica delle donne freelance
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ToggleUna riflessione tra storia femminile, ferite invisibili e competenze imprenditoriali
Sempre più donne scelgono — o sono spinte a scegliere — la libera professione o un’attività autonoma, attratte dal desiderio di maggiore autonomia, flessibilità e senso. Ma per molte, raggiungere (e mantenere) l’indipendenza economica si rivela tutt’altro che semplice.
Negli ultimi anni, accompagnando professioniste che hanno già compiuto un lungo percorso di consapevolezza e si sono messe in gioco a diversi livelli, ho osservato una dinamica che si ripete con una certa frequenza:
alcune, pur essendo state autonome sul piano economico nel lavoro da dipendenti, faticano a restare indipendenti quando intraprendono un percorso in proprio o avviano un’attività più libera e personale. Non riescono a raggiungere una vera stabilità, oppure arrivano fino a un certo punto e poi qualcosa si interrompe. Si torna indietrro.
Non è una questione di capacità. Né di mancanza di strumenti o determinazione. È qualcosa di più sottile e profondo, che ha a che fare con la relazione con l’autonomia, con la sicurezza interiore, e anche con alcune competenze fondamentali per chi lavora in proprio — spesso inizialmente non considerate.
In questo articolo non mi soffermerò sul tema, pur rilevante, dei compiti di cura che ancora oggi ricadono in larga parte sulle donne e che influenzano direttamente i loro guadagni. Qui voglio guardare altrove: a ciò che si muove dentro. Ai blocchi invisibili che ostacolano l’indipendenza economica di molte donne freelance.
La ferita dell’indipendenza: un nome per un'esperienza diffusa
Qualche giorno fa mentre riflettevo proprio su queste dinamiche, mi è apparso alla mente un nome, forte e chiaro: ferita dell’indipendenza.
Un nome per indicare quella memoria e quello schema che si attivano in alcune donne, quando devono sostenersi pienamente da sole, senza una struttura esterna a contenerle.
Nel lavoro autonomo e nel percorso imprenditoriale non c’è più un datore di lavoro, uno stipendio fisso che arriva, una struttura esterna che in qualche modo contiene. Si gioca nel campo più pieno dell’autonomia, della libertà e della responsabilità.
E quando l’indipendenza economica non è raggiunta, spesso si traduce in vergogna o senso di colpa. Una sensazione di essere in qualche modo sbagliate, mancanti, rispetto a chi invece “ce la fa”.
Vergogna per aver lavorato tanto, per essersi messe in gioco dando tutto, a volte trascurando anche le relazioni e la vita — e ritrovarsi davanti a un senso di fallimento. E spesso si aggiunge anche la paura del giudizio: da parte della famiglia, del partner, della cerchia sociale. Come se non farcela fosse una colpa da nascondere, piuttosto che parte del percorso imprenditoriale e segnale di coraggio.
Io queste donne le vorrei abbracciare tutte per il loro coraggio e dir loro che vanno bene così come sono.
Memorie familiari e culturali che agiscono nel profondo
Per secoli, il denaro è stato qualcosa a cui le donne accedevano solo tramite qualcun altro. La sicurezza economica non era mai una condizione autonoma ma qualcosa che si otteneva attraverso il matrimonio, la famiglia, un uomo. Non si trattava solo di ruoli sociali ma di vera e propria sopravvivenza.
In questo senso, il lavoro da dipendente, oggi, spesso replica inconsciamente quel modello: esiste un sistema esterno che offre protezione, regole, stabilità.
Lo stipendio è fisso, le aspettative sono chiare, qualcun altro (l’azienda, il capo, l’organizzazione) ha la responsabilità ultima del successo o del fallimento.
Tutto questo crea una sensazione di contenimento che, per molte, è familiare — e rassicurante.
Non a caso, molte professioniste, quando diventano autonome, faticano a reggere la libertà assoluta che comporta essere imprenditrici. Nel momento in cui non c’è più il contenitore esterno, si attivano paure arcaiche:
- paura di non farcela da sole,
- paura di perdere amore o appartenenza,
- paura di non essere al sicuro nel successo,
- o di non riuscire a sostenere i momenti di incertezza.
Queste non sono solo paure “personali”.
Sono memorie ancestrali o anche di vite passate: tracce invisibili del fatto che, per generazioni, la sicurezza delle donne è stata subordinata a una forma di dipendenza. Anche il matrimonio era spesso una transazione, con tanto di dote. E il denaro guadagnato da una donna non era ricchezza personale ma era “denaro per la casa”, destinato alla spesa, ai figli, alla gestione quotidiana: molte delle professioniste che accompagno hanno visto questo schema agire concretamente nelle loro famiglie, nelle vite delle loro madri o nonne.
Ecco perché molte lavoratrici autonome mancano di un vero e proprio “modello di riferimento interno” di indipendenza economica. Non hanno un’immagine integrata, ereditaria, di cosa significhi prosperare da sole, senza il supporto di qualcun altro. Non hanno avuto esempi diretti, o raramente.
Esiste ancora un imprint secondo cui è “pericoloso” stare da sole, avere troppo, brillare troppo, farcela senza l’aiuto di nessuno. Spesso questo si traduce in forme sottili di auto-sabotaggio, stallo o ritiro.
Il lavoro autonomo, così, non diventa solo un lavoro, ma un portale da attraversare con consapevolezza, perché porta alla luce tutte queste memorie.
Il lavoro autonomo non è per tutte — e non deve per forza esserlo
Allo stesso tempo, è importante non cedere a visioni romantiche o idealizzate dell’imprenditorialità. A quel mantra che viene sbandierato a tutto spiano: che se vuoi, puoi.
Essere una lavoratrice autonoma o imprenditrice richiede molte competenze diverse: saper vendere, sostenere una visione nel tempo, gestire il flusso economico, mantenere la motivazione anche nell’incertezza.
Molte persone sottovalutano ad esempio quanto fatturato serva per ottenere un vero stipendio, e quante capacità — tecniche, relazionali, strategiche — servano per far funzionare un’attività in modo sostenibile. Sottovalutano l’incertezza delle entrate, lanciandosi senza paracadute o erodendo tutti i loro risparmi e non dando attenzione alla costruzione di cuscino di sicurezza economica.
Non è solo una questione di mindset, né soltanto una questione di ferite da guarire. È un mestiere a tutti gli effetti. Che ti richiede di occuparti non solo di ciò che ami, ma anche di funzioni che non ami, in cui non eccelli o che non sei capace di svolgere. O di delegare ed essere capace di farlo.
E come ogni mestiere, richiede tempo, apprendistato, realismo e struttura.
Conclusione: oltre la strategia, verso una nuova sicurezza
La ferita dell’indipendenza non è un limite personale.
È il riflesso di secoli di storia, di cultura, di ruoli precostituiti. E oggi, nonostante tutta la libertà conquistata, molte lavoratrici autonome si trovano ancora a dover guarire da ciò che questa storia ha inciso.
Per questo a volte non è sufficiente avere strumenti, strategie, forza di volontà.
Serve qualcosa di più: serve trasformare il modo in cui ci si sente nella libertà, nella responsabilità e nell’assenza di contenitori esterni.
Un accompagnamento che tocchi il corpo, la memoria, l’identità.
Un lavoro che unisca lo sciogliere le ferite su più livelli e dimensioni e apra ad un nuovo rapporto con il denaro. E che riscriva, in profondità, il tema dell’indipendenza economica.
Ciao Laura
Ho letto con molta curiosità il tuo articolo sulla ferita da indipendenza e per me è una chiave di lettura molto interessante. Una riflessione che mi risuona come donna e professionista figlia di padre consulente e madre casalinga. Mi ritrovo anche nelle paure anche adesso che sono separata. Grazie amica e sappi che ti penso ! Baci Silvia
Ciao Silvia!
Grazie per averlo letto e per aver condiviso un parte personale e delle paure post separazione. Mi arriva tanto quello che hai scritto. Un abbraccio. Laura